La signora Berverly Stayart è una che le cose non le manda a dire.
Qualche tempo fa ha cercato il suo nome su Yahoo e, trovando lesivi della sua immagine i risultati ottenuti, ha denunciato il motore di ricerca.
Nella fattispecie Berverly Stayart ha visto il proprio nome comparire in siti con contenuti per adulti, oppure associato a siti imbonitori, ed ha quindi accusato Yahoo di aver “deliberatamente violato il suo diritto alla privacy e di aver fatto un uso non autorizzato del suo nome, fornendo ai netizen delle rappresentazioni non veritiere e lesive della sua reputazione”.
A garanzia della sua onorabilità la signora cita una laurea in business administration, l’appartenenza ad un’istituzione che opera nella finanza, la pubblicazione di libri di poesie e la partecipazione attiva in forum animalisti.
Berverly Stayart contesta inoltre a Yahoo l'appropriazione indebita del valore commerciale del proprio nome dovuto al suo “impegno umanitario”, alla “immagine positiva” e alla popolarità nel forum che frequenta su internet, costruita anche grazie a più di 17 mila post.
Insomma, le motivazioni addotte sembrerebbero una congerie di pretesti – quante omonime di Berverly Stayart esisteranno al mondo? - miste a manie di protagonismo. Tuttavia la vicenda offre lo spunto per un interessante quesito: dove finisce, se finisce, il diritto di un motore di ricerca di setacciare informazioni sulle persone e renderle disponibili potenzialmente a chiunque in rete?
Esiste, invece, il diritto all' oblìo degli utenti?
Può una persona disporre delle informazioni che circolano su internet riguardanti la propria vita?
Può una persona disporre delle informazioni che circolano su internet riguardanti la propria vita?
E se le informazioni non fossero veritiere, come può accadere, come si fa ad eliminarle?
Piccolo episodio.
Maggio 2007. Università di Teramo. Un botolo vicino a posizioni di estrema destra si aggira per i corridoi della facoltà, raccogliendo firme, a suo dire, per un convegno.
“Un convegno?”, fanno eco gli studenti attorno. “Di chi?”. “…di uno storico”, aggiunge con voce flebile il ducetto senza aggiungere altro. “Ah, interessante!”. E gli studenti appongono la loro firma a sostegno dell’iniziativa.
Nel frattempo il giorno dopo è scoppiato un putiferio.
Il rettore tuona: “L’Università di Teramo non ospiterà lo storico negazionista Faurisson”. Interviene perfino l'allora ministro Mussi: "Quando si invita qualcuno per le sue competenze scientifiche, occorre che ci sia una qualche prova di queste competenze. Faurisson, negazionista che nega la gravità della Shoah e dei campi di concentramento nazisti, non ha questo riconoscimento da nessuna parte della comunità scientifica europea, tanto meno dalla Francia, dalla quale viene.
Per questo credo che l'invito sia una mediocre provocazione politica".
Il rettore tuona: “L’Università di Teramo non ospiterà lo storico negazionista Faurisson”. Interviene perfino l'allora ministro Mussi: "Quando si invita qualcuno per le sue competenze scientifiche, occorre che ci sia una qualche prova di queste competenze. Faurisson, negazionista che nega la gravità della Shoah e dei campi di concentramento nazisti, non ha questo riconoscimento da nessuna parte della comunità scientifica europea, tanto meno dalla Francia, dalla quale viene.
Per questo credo che l'invito sia una mediocre provocazione politica".
Che cos’era successo? Un docente della facoltà di Scienze Politiche, un tale Claudio Moffa, aveva invitato a tenere una conferenza all’Università niente poco di meno che Robert Faurisson, storico negazionista dell’Olocausto. Generando un caso politico nazionale che aveva comportato la diffida a non tenere il convegno da parte del Ministro dell’Istruzione e la chiusura dell’Università il giorno dell'incontro.
Nell'intenzione del solerte raccoglitore di firme, esse servivano unicamente a legittimare il convegno e a provare l’appoggio della comunità studentesca in nome della libertà della didattica. Nel caso di due mie amiche, però, le firme erano state carpite sfruttando la loro buona fede e omettendo l'identità del relatore invitato. Altrimenti, com'è ovvio, non avrebbero firmato.
In conclusione, i loro nomi appaiono ora in un documento a sostegno di Faurisson che circola liberamente in rete, e chi non conosce quanto descritto, leggendolo potrebbe crearsi un’opinione mistificata.
Sempre più spesso su internet sono raccolte informazioni personali per pura curiosità, oppure a scopo lavorativo da parte di aziende e cacciatori di teste.
Tutto è lecito se l’immissione di queste informazioni è un atto volontario della persona, ma quando gli utenti per varie ragioni ne perdono il controllo, chi garantisce la loro immagine?

