10 anni di Repubblica online, 10 anni in cui la Rete ha modificato il linguaggio dell'informazione, del commercio, della fruizione della conoscenza.
Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ospita il primo convegno virtuale sul tema del futuro di Internet.
Ospiti in studio il giornalista/scrittore cyberpunk Bruce Sterling, il direttore del McLuhan Program Derrick De Kerckove, poi ancora i surreali Elio e le Storie Tese, Fabio Colasanti, direttore generale per l'Information Society nella Commissione Europea ed infine il Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni che risponde alle domande poste dagli utenti.
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Ci hanno messo di tutto. Trucioli di legno per dare il sapore che solo la botte può conferire, zucchero per aumentarne il grado alcoolico, bisolfito per...non l’ho mai capito, ma so che lo mettono.
Nella lista delle sostanze con cui hanno definitivamente alterato la miracolosa bevanda che prendeva il nome di Vino, un tempo ricavata per semplice fermentazione del mosto di uva, questa però ci mancava: il Viagra.
Ma se la pillola della felicità, che ha restituito i piaceri del talamo a tante coppie afflitte dall’età che avanza, o dall’ansia da prestazione che al giorno d’oggi tanti uomini colpisce, non era stata ancora aggiunta per la preparazione del suddetto nettare, un motivo ci doveva essere.
E non dipendeva dal fatto che, se si fosse rivelato utile per i potenziali consumatori, il prezzo di vendita di una bottiglia sarebbe schizzato da un euro e mezzo ad almeno cinquanta euri al litro, con grave pregiudizio per le precarie finanze di decine di famiglie.
O ancora, dal rischio di veder sequestrato il Paese da orde di deliranti signori di mezz’età posseduti da Dioniso e Bacco.
No, il motivo era un altro. Di carattere speculativo, se rimaniamo nel mondo degli Dei, ma con conseguenze assai prosaiche, per noi infimi mortali.
Il punto è che Dioniso non è Bacco. E lo ripetono da secoli, guai a fare incazzare gli Dei. Dioniso è Dioniso, Bacco è Bacco, perbacco! Non vanno mica confusi, tanto meno mischiati a piacimento, o a tradimento. Complementari sì, eccome! Ma ognuno mantiene comunque la sua specifica ed orgogliosa identità.
E se scendiamo a noi, ergo, ne deriva che il Viagra è Viagra e il Vino è Vino. E neanch’essi possono essere confusi o mischiati a piacimento, o a tradimento. Pena, di nuovo, l’incazzatura degli Dei che come si sa sono molto vendicativi.
Ma queste sottili questioni filosofiche e le possibili ripercussioni erano del tutto ignote a una signora di Frosinone che, inconsapevole delle temibili conseguenze, proprio Bacco e Dioniso ha fatto alterare. Così, spinta da una irrefrenabile voglia di cadere tra le braccia di Eros ha pensato di disciogliere una dose da cavallo di viagra nel vino dell’ignaro marito che pranzava. Il quale non ha fatto in tempo ad iniziare la digestione perché si è accasciato a causa dei dolori provocati da un cuore lanciato ormai al galoppo.
Piuttosto che in camera da letto, l’uomo è stato per sua sfortuna condotto all’ospedale di Ceprano e qui ricoverato d’urgenza in gravi condizioni. Le analisi dei medici hanno svelato che lo sfortunato marito era stato colpito da un infarto. Tra le lacrime e lo sbigottimento generale la donna ha poi ammesso di essere stata lei a causare inconsapevolmente il malore del marito poiché aveva disciolto il viagra nel vino sperando così di riaccendere in lui il fuoco del desiderio.
Sebbene in gravi condizioni adesso l’uomo è fuori pericolo e se la caverà con tanto riposo. La donna dovrà pazientare un po’ prima di poter riassaporare le gioie di un tempo, mentre imperturbabili Bacco e Dioniso continuano a godersi i piaceri della vita, amici sempre ma senza confusioni.
Per chi è interessato al mondo della Comunicazione e desidera conoscere le potenzialità espresse dal marchio Made in Italy, Radio 3 presenta un interessante programma, Il Terzo Anello - Brand Italia.
Il ciclo di puntate, condotto dalla giornalista Antonella Galli e in onda dal lunedì al venerdì alle 14,30, ha preso l'avvio lunedì con l'intervento in studio della creativa ed esperta di comunicazione Annamaria Testa.
Nel corso delle puntate saranno ospitati interventi che spazieranno dalla pubblicità al design, dall'architettura alla produzione artistica, lungo tutti i settori che vedono il Belpaese tra i marchi con il maggiore appeal presso i mercati esteri.
Le puntate sono scaricabili anche in podcast e proseguiranno fino al 2 febbraio. Al programma si può accedere dal sito di Radio Rai o anche da qui.
Un po' di sana (e disinteressata! ;) ) pubblicità per un'iniziativa che vale la pena ascoltare.
Devono trascorrere decine di minuti prima che l’emozione che un concerto di Paolo Conte infonde in un ammiratore possa accennare a diminuire. Prima di realizzare di esser di fronte all’artista che con le sue canzoni, le melodie e le atmosfere seducenti ha creato pezzi entrati a pieno titolo nel patrimonio della canzone d’autore italiana; mentre le dita delle sue mani scivolano su un pianoforte a coda e la sua voce levigata dalle sigarette si leva nella sala del teatro.
Il cantautore “genovese” ha regalato una sera indimenticabile ieri al teatro comunale di Teramo, in Abruzzo, unica data in Italia e del tour 2007 prima di una serie di concerti che lo vedranno calcare i palchi delle maggiori città europee.
Spaziando dai pezzi più recenti dei suoi ultimi album agli immancabili classici della suapiù che trentennale produzione artistica, Paolo Conte ha dato vita ad uno spettacolo intenso, vibrante, con venature nostalgiche, come nelle splendide interpretazioni di “Genova per noi”,a suo tempo incisa per Bruno Lauzi, o “Paris milonga”, per passare poi a momenti in cui gli influssi jazzy diventavano maggiormente visibili, come nella rivisitazione di “Via con me”, o “La giacca nuova”, del suo ultimo disco, Elegia.
Di altissimo livello, anche se sembra quasi scontato sottolinearlo, i musicisti che hanno accompagnato il cantautore. Classica formazione jazzistica, composta dal pianoforte suonato da Paolo Conte, batteria e contrabbasso, unitamente a xilofono, tastiere, chitarra ed un terzetto di fiati composto da sassofono, clarinetto, flauto e oboe suonati con straordinaria versatilità dai polivalenti musicisti.
Unica pecca, forse, l’acustica, non proprio l’ottimale per un concerto di tale portata. Ma appare quasi un dettaglio di fronte al lirismo e ai momenti quasi ipnotici creati dal cantautore nel corso della serata.
Alla fine del concerto resta nelle vene una sensazione adrenalinica. Si torna a casa, “sotto le stelle del jazz”, pensando al concerto e a Miranda che ha regalato questa splendida serata.
Scambiare file tutelati dal diritto d’autore non è reato se non viene fatto per scopo di lucro.
Con una sentenza di portata storica, la Corte di Cassazione ha annullato il giudizio della Corte d’Appello di Torino che aveva condannato due studenti del Politecnico piemontese a 3 mesi e 10 giorni di reclusione poiché rei di scambiare file protetti da copyright attraverso internet.
La Corte di Cassazione torinese ha quindi emesso un giudizio destinato a fare giurisprudenza dichiarando la non punibilità di chi condivide in rete film, musica o programmi protetti da copyright quando non vi è guadagno.
Naturalmente non si faranno attendere le contromosse degli strenui avversari del filesharing, Siae in testa, ma la decisione dei giudici torinesi riconosce per la prima volta nel nostro paese il principio per cui condividere file attraverso piattaforme peer to peer non può essere considerato reato se contribuisce a far circolare le idee in un paese libero.
Nell’attesa che al più presto, in modo costruttivo e senza i particolarismi che contraddistinguono questa delicata materia, si prendano delle misure che tutelino il lavoro degli artisti da un lato e il diritto alla conoscenza della società dall’altro.
Sul Corriere della Sera di domenica 7 si può leggere un interessante articolo a firma di Ian Buruma, dal titolo Tv più religione, la ricetta dei nuovi autocrati. L’autore, docente di Diritti Umani al Bard College di New York, prende spunto dalla recente esecuzione di Saddam Hussein per riflettere sulla fine di un certo tipo di dittatura e dei suoi correlati stilemi e simbologie.
Secondo Buruma, la morte di Saddam lungi dal rappresentare la fine della dittatura ha segnato il tramonto di un sistema di simboli e di insegne tipici dei sistemi autoritari del 20 secolo. Nei suoi quasi 25 anni di potere l’uomo forte iracheno aveva quasi esclusivamente propagandato la sua immagine in abbigliamento militare o in eleganti gessati con cui, talvolta, non aveva disdegnato pavoneggiarsi in pubblico mentre sparava in aria colpi di fucile.
La rappresentazione dell’uomo forte in tenuta militare aveva fatto il suo ingresso negli anni venti, quando di fronte al disfacimento dei vecchi sistemi imperiali, la simbologia marziale connotava valori di ordine, modernità e disciplina sociale, associati anche ad una tendenza secolare. Ancorché differenti, questi stilemi sono presenti nelle dittature fasciste e comuniste, e in quest’ultimo caso soprattutto nella figura diStalin, del quale Saddam Hussein, che aveva militato in un partito ufficialmente di tendenze socialiste, era affascinato.
Il look da gangster, un po’ Chicago anni 30, rimandava invece ad un’immagine romantica del fuorilegge. Una figura a metà strada tra il malavitoso e Robin Hood, che combatte i ricchi per dare ai poveri.
Nell’utilizzo di questi codici comunicativi, nongli unicinaturalmente, prosegue Buruma, Saddam Hussein era del tutto uguale ai despoti che hanno popolato il secolo appena trascorso ed era al contempo portatore di tratti che oggi appaiono abusati ed anacronistici. Quindi un “populista che si atteggiava a difensore della gente comune contro i plutocrati, gli aristocratici, gli imperialisti, e i capitalisti sfruttatori”
Ma perché allora questi modelli vengono giudicati obsoleti? Qui Buruma afferma che cambiando il contesto sociopolitico della nostra epoca, segnata da militanza religiosa e capitalismo globale, il modello del rivoluzionario in uniforme lascia il posto ad una nuova figura, non meno assetata di potere: il magnate delle multinazionali.
Se le élites tradizionali costituite dai burocrati e dai politici conformisti perdono progressivamente appeal presso l’opinione pubblica, i potenziali tiranni del 21 secolo sono allora nuovi soggetti come il ricco uomo d’affari, l’imprenditore che si presta alla politica e blandisce l’elettorato promettendo di gestire la cosa pubblica con la stessa lungimiranza con cui ha amministrato in maniera vincente la propria azienda. In questo nuovo scenario i media diventano gli strumenti principali per la creazione del consenso e la chiave per raggiungere e mantenere il potere, attraverso la creazione delle informazioni da divulgare e la distribuzione delle moderne forme di panem et circeses costituiti dalle più svariate forme di intrattenimento a lungo andare atte a intorpidire il dissenso. Buruma descrive così uno scenario in cui si prospetta una nuova forma di tirannia, di natura diversa da quelle di cui Saddam Hussein era ancora il simbolo, e che si muove proprio all’interno delle democrazie occidentali. Lo studioso in questo caso non paventa il rischio di una vera svolta autoritaria, ma bensì la creazione di sistemi democratici dominati da magnati dei media, che utilizzano le tecniche di propaganda offerte dai mezzi di comunicazione di massa di loro proprietà per raggiungere e conservare la posizione di leadership nell’agone politico. Come ben esemplificato dal caso tutto italiano, l’unico altro caso al mondo si è verificato in Thailandia, in cui le avvisaglie sono costituite, naturalmente, dall’ascesa politica di Silvio Berlusconi.
Nuove forme di dispotismo mediatico che, prosegue Buruma, si basano anche su inedite alleanze tra religione e capitalismo corporativo, come dimostrato poi dal caso degli Stati Uniti dove le confessioni religiose hanno giocato un rilevate ruolo nell’affermazione di Gerorge Bush alla Casa Bianca.
“I futuri tiranni” conclude Buruma “come sempre, saranno capaci di intraprendere qualunque strada per arrivare al potere, ma senz’altro assomiglieranno di più a Richard Branson o a Donald Trump che a Saddam Hussein”. Come dargli torto?